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Quando la terapia intensiva diventa un equilibrio impossibile
Cuore è arrivato in pronto soccorso nel tardo pomeriggio: un chihuahua cardiopatico, piccolo, fragile, con un respiro che raccontava già tutto. Edema polmonare in atto, storia recente di vomito, e un emogas che non lasciava spazio a interpretazioni: pH 6.9, una delle acidosi più gravi che si possano vedere in un paziente ancora cosciente.
La sfida era chiara fin dal primo minuto: togliere liquidi per far respirare i polmoni, ma aggiungerli per correggere il pH. Un paradosso terapeutico che può crollare in qualsiasi momento.
Il paradosso clinico
Da un lato, l’edema polmonare richiedeva Furosemide per drenare. Dall’altro, l’acidosi metabolica severa richiedeva fluidi e bicarbonati per correggere il pH.
Troppi liquidi avrebbero “affogato” un cuore già scompensato. Troppo pochi avrebbero lasciato il pH in una zona incompatibile con la vita.
In mezzo, c’era Cuore. E il compito del team era mantenerlo in equilibrio senza mai superare la soglia di tolleranza del suo sistema cardiovascolare.
Il ruolo del tecnico: custodire l’equilibrio minuto per minuto
In casi così, il tecnico non è un esecutore. È il custode di un equilibrio fisiologico che può rompersi con un singolo errore di timing, di volume o di manipolazione.
La gestione si è concentrata su tre pilastri fondamentali.
1. Zero stress: il primo farmaco
Con un cuore al limite, lo stress non è un fattore accessorio: è un rischio letale.
Abbiamo impostato un ambiente controllato:
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manipolazione minima
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luci basse
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assenza di rumori
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nessuna contenzione forzata
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movimenti lenti, prevedibili, calibrati
Ogni stimolo evitato è stato un battito risparmiato.
2. Monitoraggio a bassa intrusività
In un paziente così instabile, toccarlo significa alterare il quadro. Per questo abbiamo scelto un monitoraggio basato su:
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osservazione visiva continua
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frequenza respiratoria
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qualità del respiro
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stato del sensorio
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micro‑variazioni del pattern
Il monitoraggio non era un gesto tecnico: era un ascolto costante.
3. Gestione micro‑volumetrica del paradosso
La parte più delicata è stata la gestione delle pompe a infusione.
Il compito era semplice da descrivere, difficilissimo da eseguire:
correggere il pH senza superare la capacità di smaltimento renale stimolata dal diuretico.
Significava:
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bilanciare millilitro per millilitro
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controllare la risposta alla Furosemide
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evitare sovraccarichi improvvisi
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mantenere un ritmo di infusione compatibile con il cuore
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adattare i volumi in tempo reale
È qui che la terapia intensiva diventa un lavoro di precisione assoluta.
Il punto di svolta
Dopo le prime ore, il respiro di Cuore ha iniziato a cambiare. Il torace si muoveva con meno fatica. Il sensorio era più presente. Il pH, lentamente, risaliva verso una zona più sicura.
Non era stabilità. Era una finestra. Ma era abbastanza per continuare a lavorare.
La lezione del caso
Gestire Cuore non ha significato “somministrare farmaci”. Ha significato tenere insieme due terapie opposte, senza permettere che una distruggesse l’effetto dell’altra.
E soprattutto:
In terapia intensiva, il tecnico non è un esecutore. È il garante dell’equilibrio.
Ogni micro‑volume, ogni minuto di osservazione, ogni stimolo evitato ha contribuito a mantenere Cuore in quella sottilissima linea tra miglioramento e collasso.
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